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Come ogni estate i feed social sono un collage di panorami mozzafiato, sandaletti alla schiava, camicie in lino, borse intrecciate e cappelli a tesa larga, tonalità neutre alternate a colori brillanti e dorati. Tutto appare sereno, sofisticato, perfetto: un’estetica di vita divertente, rilassata, elegante, dove tutto sembra essere perfettamente al suo posto (che ansia!).
Ma quante di quelle immagini raccontano davvero la vita di chi le ha scattate? E quanto queste immagini entrano in te e diventano metro di misura e aspettativa?
Oggi Instagram non è più il posto dove raccontiamo noi stessi, è diventato un luogo dove osserviamo, consumiamo e ci misuriamo.
Esiste un feed parallelo
Il nostro profilo resta spesso silenzioso, spoglio, con foto vecchie o nessuna foto, ma dentro di noi esiste un feed parallelo, un feed mentale che ci perseguita: io potrei essere così, io potrei vestirmi così, io potrei vivere così. E allora compriamo vestiti per quella versione di noi stessi che forse non esiste, ma che immaginiamo di poter diventare. Un’estetica che deve funzionare anche se non la mostreremo mai.
La moda, nonostante l’ambizione di essere un linguaggio intimo e personale, è sempre più un linguaggio dove parli solo se ripeti (e se sei audace ripeti mettendoci del tuo!).
Le microtendenze sono veloci quanto uno scroll e anche se cerchi di resistere, l’esposizione a questi contenuti ti modifica, cambia il tuo modo di intendere ciò che è bello e ciò che si “dovrebbe” indossare. Fatichi ad ascoltarti perchè la voce “degli altri” si confonde con la tua. Il pensiero non è più “mi fa stare bene”, ma “funziona online”.
Anche chi non pubblica nulla finisce intrappolato: paradossalmente, ci vestiamo per un algoritmo che nemmeno vedrà i nostri vestiti.
La maggior parte di noi non è un influencer, non ha milioni di follower, magari non aggiorna più neanche il proprio Instagram, eppure sta lì a scollare e osservare per ore, ogni giorno.
Ci alleniamo a diventare spettatori di vite perfette e ci costruiamo dentro una storia, una fantasia, un modo per attualizzare ciò che vediamo nelle nostre vite: se avessi quel vestito, se fossi in quella spiaggia, se bevessi quel caffè o mangiassi quella pizza…
Non stiamo raccontando chi siamo
Stiamo immaginando chi potremmo essere. Così la moda diventa il primo campo di battaglia: comprare, cambiare, adeguarsi per un feed che non esiste.
Ma cosa succede quando poi ti accorgi che tu non sei quello/a su Instagram? Che quello che sembrava piacerti ed essere indispensabile invece non ti valorizza come vorresti? Cosa succede quando ti ritrovi pieno/a di abiti che non ti assomigliano, di foto mai postate e di vita mai vissuta? Cerchiamo un’estetica che ci faccia sentire parte di qualcosa, ci illudiamo che basterebbe un like, un commento, un DM per sentirci meglio.
La felicità digitale è breve, intensa, illusoria. Dura il tempo di uno scroll, poi svanisce lasciando fame ed è così che ti senti inadeguata/o, tenti di scattare un’altra foto, compri un altro vestito, aspetti un altro like. Perché sì, Instagram è diventato il modo in cui diciamo: “Esisto”. Anche senza pubblicare, continuiamo a cercare validazione nelle vite altrui, come se bastasse guardare abbastanza a lungo per sentirci completi.
La domanda allora è questa: cosa piace davvero a me?
Qual è la mia idea di bello? Cosa funziona per la mia vita attuale? Curare la propria estetica, costruire il proprio stile è un percorso intimo, personale inserito in una cornice culturale che è quella del nostro tempo. Ma siamo ancora noi a decidere o se stiamo solo eseguendo ordini silenziosi che arrivano dall’algoritmo (magari senza neanche accorgercene)?
La vera rivoluzione oggi non è smettere di postare o cancellarsi dai social. È molto più difficile riscoprire cosa ci piace davvero quando nessuno ci osserva. In un mondo che dice che esisti solo se qualcuno ti guarda è proprio questo il passo più coraggioso: essere se stessi anche se non si farà parte di nessun feed (reale o immaginato).