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Questa è la stagione del tartan

Incroci e geometrie in bilico tra l’appartenenza e la ribellione

di Chiara Salomone
3 min

Questo autunno il tartan torna protagonista, reinterpretato dai designer con uno spirito libero e audace.

Questo tessuto è una matrice identitaria, un racconto di clan, territorio e lealtà.

Nato in lana per resistere al vento delle Highlands, ogni filo non è casuale: è un colore preciso, un incrocio definito, una storia codificata.

La vera meraviglia, però, è che il tartan somiglia profondamente a noi. Non solo una metafora, ma un principio universale: siamo un complesso check di storie sovrapposte, di linee che sembrano scontrarsi ma che in fondo, tengono insieme l’intero disegno della persona.

Il tartan: un tempo serviva per “riconoscersi”

Storicamente, il tartan non nasce come moda, ma come strumento di riconoscimento e di distinzione. Fino al 1746, ogni clan scozzese aveva il suo sett, la sequenza cromatica e geometrica che ne definiva in modo inequivocabile l’appartenenza. Era un passaporto di stoffa.

Dopo la Battaglia di Culloden e l’Atto di Proscrizione, che ne vietò l’uso, indossare il tartan divenne un atto di resistenza e di affermazione culturale. Da segno di appartenenza forzata si trasformò in simbolo di scelta consapevole e di orgoglio identitario.

Identità in tartan

Il tartan ci insegna un paradosso psicologico fondamentale: per sapere a chi appartieni (il clan, la famiglia, il gruppo), devi prima sapere chi sei, qual è la tua trama.

Spesso in studio arrivano persone che credono di essere sbagliate perché non si sentono “a posto”, come se il loro disegno fosse disordinato, nessuno di noi ha un tartan perfettamente simmetrico, il nostro tartan parla delle famiglie da cui veniamo, delle relazioni che abbiamo avuto, dei dolori e delle scelte.

Non si tratta di cancellare un colore che non ci piace o di far finta che una linea non esista. Si tratta di riconoscerla: dire “questa parte fa parte di me”, anche se non la sceglierei oggi. È un modo di prendersi la responsabilità della propria storia, e allo stesso tempo di liberarsene un po.

Ogni relazione aggiunge un filo: un amore, un’amicizia, una delusione, un figlio. A volte l’intreccio si complica, altre volte si semplifica. Ci sono momenti in cui il tessuto tira e sembra che si debba strappare, ma poi scopri che, se lo guardi da un passo indietro, proprio da quel punto nasce un nuovo equilibrio.

La psicologia del tartan

La psicologia del tartan è questo: imparare a riconoscere la propria trama senza volerla riscrivere da zero. Capire che identità non vuol dire uniformità, ma armonia possibile tra fili diversi.

Le righe, le geometrie riportano all’idea di ordine di rigore. Il colore gli dà quel tocco di vitalità, personalità e ritmo ma… è qui che l’insight per il consulente si fa più sottile. Se per molti il tartan è un’ancora di salvezza, per altri rappresenta esattamente ciò che si vuole fuggire.

Non tutti sono pronti per l’ordine rigoroso. Per la persona che nel caos ha trovato un suo equilibrio, o per chi ha lottato tutta la vita contro le aspettative di chi lo voleva “perfettamente simmetrico,” il tartan può risultare fastidioso, noioso, persino spaventoso.

Non tutti sono pronti per questa geometria

Se un cliente manifesta un forte rifiuto o noia verso il rigore del tartan, è un segnale chiaro: mettersi in ordine in quel momento è faticoso.

Non forzate l’ordine, a volte, il primo atto di libertà è il rifiuto della geometria.

Quando invece il cliente è pronto, il tartan offre un ponte potente tra la psicologia dell’identità e la comunicazione visiva, specialmente quando l’obiettivo è trasmettere struttura e assertività senza rinunciare alla profondità e al colore.

Quando un cliente cerca di mettere ordine nel caos, il tartan fornisce un’immediata geometria visiva. Scegliere un sett con linee geometriche chiare e colori definiti è un modo per comunicare organizzazione, confini e obiettivi chiari.

Utilizzato su capi strutturati come blazer o cappotti, il tessuto dà peso e autorità visiva; è l’armatura di chi riconosce il proprio valore, la propria appartenenza.

La vera maestria del tartan nell’immagine è l’assertività senza distanza. La geometria a quadretti e le linee incrociate comunicano decisione, la tessitura complessa invece rimanda all’idea di profondità e sfumature, non freddezza.

Il messaggio è potente: l’equilibrio perfetto tra autorità e risonanza.

Per promuovere autorità non c’è la necessità di omologarsi al tartan più celebre ma di consigliare schemi che si discostano dai classici, integrando colori che riflettono la personalità profonda del cliente.

Questo permetterà ad ognuno di definire il proprio clan personale.

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