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Il costume sguardi e significati

Un piccolo atto di presenza, senza bisogno di spiegazioni

di Chiara Salomone
2 min

Questo articolo vi raggiunge il 31 luglio. In questi giorni, tra valigie, caldo, piscine e mare non ho potuto esimermi dal mettere pensiero sul tema del costume da bagno: quell’indumento che più che coprire scopre i corpi, tutti diversi, tutti esposti alla luce, allo sguardo, al confronto.
Qualche giorno fa, in piscina, ho notato una bambina: poco più di dieci anni, costume arancione acceso, seduta sul bordo a chiacchierare con un’amica. Non faceva nulla di particolare, ma qualcosa mi ha colpito: per tutto il tempo ha tenuto le braccia strette intorno alla pancia.
In un primo momento ho pensato avesse dolore… poi ho capito che non si stava proteggendo da un dolore fisico. Si stava contenendo. Coprendo. Forse già osservando.

Insicurezze alla luce del sole

È in estate che il corpo si fa più visibile e con lui diventano più visibili anche certe insicurezze, certi pensieri, che durante l’anno stanno sotto i vestiti.
Un costume da bagno, a vederlo lì appeso, è solo un piccolo indumento che non serve stirare, che asciuga subito, che non occupa spazio. Indossarlo però può diventare un’esperienza enorme. Espone. Scopre. Mette a nudo.

A tutte le età, questo può accadere. Per le persone di genere femminile, spesso, succede prima perché il corpo femminile è abituato ad essere osservato.
Quando si cresce sotto lo sguardo, si impara presto a guardarsi con occhi che non sono i propri.

Interpreti di un corpo: auto-oggettivazione

Uno dei concetti più utili per capire questa esperienza è quello di auto-oggettivazione.
Nel 1997, Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts hanno proposto l’Objectification Theory, per spiegare come nelle culture occidentali, soprattutto le donne, sviluppino la tendenza a osservare sé stesse come oggetti visibili, più che come soggetti agenti.

In pratica, invece di abitare il proprio corpo, si comincia a sorvegliarlo, si pensa a come appare, a come viene interpretato. Insomma lo si vive da fuori.

Questo meccanismo non è solo concettuale, può diventare esperienza concreta, continua, pervasiva.
Chi lo vive riferisce di non sentirsi mai davvero a proprio agio, ma sempre sotto osservazione. Se il corpo è percepito come qualcosa da controllare, diventa difficile abbandonarsi, godere, essere presenti.

Non è solo una questione estetica

Lo dimostra uno studio (Fredrickson et al., 1998), in cui si chiese a un gruppo di donne di indossare un costume da bagno o un maglione, e poi affrontare un test di matematica.
Le partecipanti in costume performavano peggio: parte delle loro risorse cognitive era assorbita dalla consapevolezza del proprio corpo esposto.

Non è solo una questione estetica, diventa una questione attentiva, cognitiva, emotiva.
Quando ci si sente osservati con giudizio si perde l’accesso a sé.

Il costume da bagno è spesso un’occasione in cui il corpo viene collocato in uno spazio sociale fatto di regole implicite, aspettative e confronti.

Nel momento in cui lo si indossa si attiva l’immaginario sociale su come si dovrebbe essere: tonici ma non troppo, naturali ma contenuti, magri ma curvilinei…
Ogni corpo si ritrova, in qualche misura, a fare i conti con uno standard che cambia in continuazione ma che sembra sempre un passo più in là.

Il disagio che ne deriva non è debolezza 

Il disagio che ne deriva non è debolezza individuale, ma un prodotto sociale, relazionale.

È un occhio mentale che ci osserva mentre ci muoviamo, mangiamo, ci vestiamo o ci spogliamo. Non ha bisogno di essere reale: basta averlo immaginato. Basta averlo cresciuto.
Cresce ovunque: nei media, nei commenti ricevuti da piccoli, nelle pubblicità, nei social, nei paragoni continui (Ma io sono come quella lì? Più magra? Più grassa?…)
Frasi come “non mi posso mettere questo” o “non sto bene come gli altri” non nascono spontaneamente: sono l’esito di una lunga educazione allo sguardo esterno.

Quando il corpo è trattato come un progetto da migliorare, la cura rischia di confondersi con il controllo e diventa difficile distinguere cosa è desiderio e cosa è dovere.

Qualcosa sta cambiando?

Negli ultimi anni, nel mondo della moda qualcosa si è mosso in protezione del corpo per provare a restituirgli la possibilità di essere abitato più che esibito: mi vengono in mente i costumi con elasticità inclusiva e valorizzante per corpi vivi, tutti in cambiamento. La moda, quando si fa alleata, può diventare strumento di contatto con sé, non una soluzione, ma un linguaggio possibile per smarcarsi dal giudizio.
A volte, la cura passa anche da qui: dal concedersi un indumento che non stringa, non costringa, non giudichi.

Il costume da bagno ci ricorda quanto il corpo sia un territorio di sguardi, i nostri, quelli degli altri, quelli interiorizzati. Non è questione solo di piacere o giudizio, ma di come ci abitiamo, ogni giorno, con le contraddizioni e le pressioni che ci attraversano e forse, nel mezzo di tutto questo, il costume più colorato o più audace diventa un piccolo atto di presenza, senza bisogno di spiegazioni.

  • 1 Fredrickson, B. L., & Roberts, T. (1997). Objectification theory: Toward understanding women’s lived experiences and mental health risks. Psychology of Women Quarterly.
  • 2 Fredrickson, B. L., et al. (1998). Swimwear Becomes You: Sex Differences in Self-Objectification, Restrained Eating, and Math Performance. Journal of Personality and Social Psychology.

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