Home » Quando è la moda a guardarsi allo specchio

Quando è la moda a guardarsi allo specchio

E se un mondo, esteticamente bellissimo, nascondesse un disagio?

di Chiara Salomone
4 min

Domenica sono stata invitata da Marlè Magazine a parlare di salute mentale nel mondo della moda, insieme a chi questo settore lo abita da trent’anni, in ruoli, storie e intensità diverse.

In sala, quello che è emerso con chiarezza è che in un’industria che fa dell’immagine il suo carburante quotidiano, il peso dell’invisibile continua a essere il vero non-detto. È come se la moda, abituata a dettare linee e silhouette, avesse invece più difficoltà a riconoscere le proprie linee interne, quelle dell’umano.

L’Italia e il disagio psicologico

Il contesto italiano, del resto, ci dice molto. Viviamo in un Paese in cui più di 16 milioni di persone riferiscono un disagio psicologico medio o grave, con una prevalenza significativa tra donne e giovani: non è un dettaglio marginale, se pensiamo che proprio queste categorie popolano gran parte dei laboratori, degli uffici stile, delle accademie e dei backstage della moda.

Benessere nei luoghi di lavoro: tutti lo vogliono in pochi lo realizzano

Il tema del benessere nei luoghi di lavoro è diventato un allarme trasversale: il 93% dei professionisti italiani considera la salute mentale una priorità, mentre solo un terzo delle aziende ha iniziato a strutturare interventi reali. Questo divario racconta che siamo in un tempo in cui tanti sentono di avere bisogno, ma in pochi riescono a trovare risposte.

Nella moda questo divario si sente ancora di più perchè un settore che corre, produce, inventa, plasma l’immaginario collettivo, ma spesso lo fa chiedendo ai suoi lavoratori un ritmo che non somiglia alla vita.

Orari irregolari, creatività da performare a comando, aspettative altissime, premiate non solo dal talento ma dalla resistenza. Le notti insonni non sono eccezioni ma l’abitudine, la prova che sono abbastanza forte per poter essere parte di questa élite capace di superare i limiti in favore della performance. Eppure, dietro questa narrazione eroica, si nasconde qualcosa di molto meno romantico: stanchezza, solitudine, senso di precarietà.

Il disagio psicologico costa in produttività

Non stupisce che un lavoratore su cinque, in Italia, sia oggi a rischio burnout e non stupisce che nel nostro Paese il disagio psicologico non dichiarato, quello che si porta in silenzio stringendo i denti, abbia un costo stimato di 88 miliardi di euro in produttività perduta.

Il punto qui però non è il costo economico ma che dietro questi numeri ci sono vite. Ci sono ragazzi e ragazze che entrano nella moda pieni di desideri e di possibilità, ma che nel giro di pochi anni iniziano a chiedersi se il proprio valore sia misurato solo in consegne, collezioni, performance.

Negli anni ho visto tanti di loro smettere di chiedere aiuto. A forza di convivere con ritmi non umani, hanno iniziato a considerarli normali, hanno confuso la dedizione con la rinuncia, la creatività con l’inesauribilità, l’identità con la produttività.

La moda e i suoi veli 

È qui che il velo cade e nella moda succede spesso, perché è un settore che crea veli meravigliosi, ma che fatica a vederne la trasparenza.

Quando la moda si guarda davvero, scopre che dietro la corsa al nuovo c’è un’umanità che chiede di essere riconosciuta, scopre che dietro una collezione impeccabile ci sono persone che hanno bisogno di confini e non solo di talento; che dietro una sfilata perfetta ci sono fragilità gestite male, respiri trattenuti, emozioni non ascoltate.

Se vogliamo immaginare un futuro diverso, dobbiamo partire da un’industria che smette di chiamare “vocazione” ciò che, in realtà, a volte è solo mancanza di limiti. Da aziende che non temano di chiedere “Come stai?” sapendo che la risposta può essere complessa. Da scuole che, oltre a insegnare storia del costume e modellistica, insegnino come attraversare la frustrazione, come chiedere supporto, come non confondere il proprio valore con il proprio portfolio.

Quando la moda si ammala

Perché la moda, per quanto sofisticata, resta un lavoro fatto di persone e se le persone stanno male, anche la moda si ammala: perde freschezza, perde profondità, perde immaginazione. Una moda che funziona è una moda “curata” che riconosce le due dinamiche e che si ricorda che la creatività nasce dallessere integri, non dall’essere indemoniati dalla perfezione.

Penso spesso che ciò che psicologia e moda possono insegnarsi a vicenda sia molto semplice: la bellezza nasce dove c’è verità e la verità è imperfetta, umana, libera.

L’invito che porto con me da quella domenica è che la moda torni a essere un luogo in cui esprimersi, ricercare, osservare, sfidare la banalità, dare lustro alle incredibili capacità umane, creare meraviglia. Uno spazio in cui poter respirare invece che consumarsi, che torni a guardare le persone davvero, non solo a osservarle.

La salute mentale nella moda, come altrove, non riguarda solo chi ci lavora ma riguarda tutti noi, che quella moda la indossiamo, la desideriamo, la guardiamo.
Il cambiamento inizia da un pensiero più lento, più possibilistico, più sincero, da un’estetica che non tradisce il benessere.

Potrebbe interessarti

logo_footer

Copyright© 2026 Iconic Image – Privacy PolicyCookie Policy