Home » La moda teme La Prima della Scala

La moda teme La Prima della Scala

Il ruggito gotico di Lady Macbeth mette in ombra i look delle star

di Angelica Eruli
3 min

La Prima della Scala, evento che inaugura la stagione lirica milanese, non è solo una celebrazione dell’arte e della musica; è il red carpet più freddo, severo e, diciamocelo, ansiogeno d’Italia.

L’apertura del 7 dicembre 2025, con la messa in scena della drammatica e oscura Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, imponeva un’estetica violenta, teatrale o perlomeno memorabile. Invece, tra i ranghi dei VIP, ha regnato sovrana la paura di sbagliare, trasformando il foyer del Piermarini in un raffinato, ma purtroppo monotono, funerale del rischio cromatico.

Quest’anno, il nero ha trionfato quasi incontrastato, con rare e preziose incursioni nel blu notte. Se l’anno scorso avevamo assistito a un tripudio di spille da uomo esagerate, la tendenza maschile di quest’anno è stata la sobrietà forzata, mentre tra le signore si è notata una massiccia e classica preferenza per le collane di perle.

I grandi assenti e la formalità della rappresentanza

Il red carpet del 7 dicembre ha registrato assenze notevoli. Si è sentita, in particolare, la mancanza del patron Giorgio Armani e di Ornella Vanoni, altra storica habitué dell’evento. Assenti anche le massime cariche istituzionali, ovvero la premier Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tuttavia, tra gli ospiti più attesi, la senatrice a vita Liliana Segre ha presenziato su incarico del Presidente Mattarella, dimostrando il suo affetto per il Teatro.

A rappresentare il governo, l’unico membro presente è stato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, arrivato e accolto dal prefetto Claudio Sgaraglia, dal governatore della Lombardia Attilio Fontana e dal sindaco Beppe Sala. Il commento istituzionale post-spettacolo di Giuli (“Buonissima la Prima, grande prova d’orchestra“) è apparso, come spesso accade, più una formalità che una vera e propria analisi.

I look dei VIP più importanti: tra omaggi e tradimenti stilistici

Il tema, intrinsecamente cupo e teso, richiamava un’oscurità elegante, non la sicurezza del completo da ufficio serale. Ma l’eccesso di “total black” ha soffocato il dramma.

L’armata nera e il culto della sobrietà

L’egemonia del nero e del blu notte era palpabile, quasi una divisa d’ordinanza. Il vero dramma è arrivato dalle prime ballerine, in particolare Virna Toppi, che ha optato per un completo pantalone in velluto nero con cravatta.

Una scelta mannish che sulla carta prometteva audacia, ma che nel contesto del velluto scuro è finita per confondersi nella massa, dimostrando che l’eleganza non basta se manca la scintilla. Era l’abbigliamento perfetto per una riunione del consiglio d’amministrazione, non per l’apertura di un’opera censurata.

Un tributo a Re Giorgio: l’esercito discreto di un Armani postumo

Molti ospiti hanno scelto di onorare Giorgio Armani, cementando il legame tra la maison e l’eleganza milanese. L’attore Pierfrancesco Favino e la compagna Anna Ferzetti, entrambi in Armani, hanno sfoggiato look impeccabili, ma la loro compostezza era talmente assoluta da risultare quasi didascalica.

Il vero trionfo Armani si è visto tra le stelle del balletto: Nicoletta Manni, Alice Mariani, Martina Arduino e Virna Toppi si sono affidate alla Maison, garantendo un’eleganza raffinata e un tocco di star power pur restando nei canoni. Un omaggio doveroso e pervasivo che, sebbene garanzia di buon gusto, ha contribuito all’uniformità cromatica della platea, privando l’evento di sorprese.

Achille Lauro: il tradimento più chic, ma firmato D&G

L’arrivo di Achille Lauro alla Scala era atteso come l’epifania di un cardinale gotico, una sferzata di caos glam in un mare di papillon. Invece, il cantante ha scelto uno smoking nero classico, lucidissimo, elegantissimo, firmato Dolce & Gabbana, una scelta in linea con le sue recenti virate estetiche verso il lusso sartoriale. Nonostante la sartorialità impeccabile, l’assenza di un accessorio choc, di un ricamo eccessivo o di un’acconciatura scultorea ha lasciato l’impressione di un’icona che si è ritratta all’ultimo minuto.

Come hanno giustamente notato alcuni commentatori, il suo look era insufficiente solo perché non era Achille Lauro. È stata una dimostrazione di rispetto per l’istituzione che è costata cara in termini di “voto scenografico”.

Barbara Berlusconi: l’unica vera star del ricamo

L’eleganza di Barbara Berlusconi, spesso impeccabile, ha raggiunto un picco di raffinatezza quasi scenografica. Il suo dress con le maniche lunghe di Armani, un modello col motivo astratto interamente ricamato con canutiglia, ha catturato l’attenzione di tutti i fotografi.

A differenza di molte altre, ha bilanciato l’imponenza del ricamo con una leggerezza regale. Perfetta col make-up luminoso e la chioma bionda sciolta, pettinata con onde morbide e ben definite. Voto: 9.5. È stata la dimostrazione che l’eleganza può essere spettacolare senza scadere nel kitsch.

Enzo Miccio: l’effetto “Cloud Dancer

L’apice della dissonanza estetica, come spesso accade, è stato rappresentato da chi cerca lo stacco visivo a tutti i costi. Enzo Miccio, noto critico di stile, ha optato per uno smoking con giacca color panna o “Cloud Dancer“. La scelta è stata un tentativo di ribaltare il total black dilagante con un contrasto netto e luminoso. Se da un lato il gesto è audace, dall’altro l’effetto finale è stato quello di un cocktail party estivo trasportato d’ufficio nel gelo di Mtsensk. Il bianco candido, pur essendo un inno al glamour, ha fallito nel dialogare con il dramma dell’opera russa, creando una separazione netta tra il tappeto rosso e il teatro. A La Scala, la luce va catturata con i dettagli, non con una tela monocromatica.

L’opera: la tigre di Šostakovič ruggisce per undici minuti

Dentro la sala, l’attenzione si è focalizzata sull’opera di Šostakovič, la cui versione originale del 1934 – quella che suscitò l’ira di Stalin – ha inaugurato la stagione con oltre undici minuti di applausi ininterrotti, senza fischi e con un lancio di fiori dai palchi, segno di un trionfo inequivocabile. Il maestro Riccardo Chailly, al suo dodicesimo e ultimo 8 dicembre scaligero, ha diretto l’orchestra con eccezionale energia, restituendo con chiarezza la durezza, l’ironia tagliente e il paradosso tragico della partitura.

La performance è stata dominata da Sara Jakubiak, protagonista nel ruolo di Katerina Izmajlova, che ha descritto la sua interpretazione come “una tigre” e si è detta entusiasta del successo ottenuto.

La regia di Vasily Barkhatov ha saputo trasportare la vicenda negli anni Cinquanta dell’Unione Sovietica, amalgamando realismo e visioni oniriche, violenza e pietà, erotismo e grottesco. Scene, costumi e luci hanno costruito un ambiente essenziale ma di grande potenza visiva, che ha accompagnato la musica senza mai prevaricarla. Lo spettacolo ha conquistato platea e gallerie, entrando di diritto tra le Prime più applaudite degli ultimi anni.

Ciò che ha fatto la differenza sono state le immagini, crude e violente, che hanno trovato riscontro nella musica di Šostakovič, capace di passare dal registro tragico a quello più scherzoso.

Nonostante le immagini violente (come la frustata a Sergej nel secondo atto), è l’eccellenza corale della direzione di Chailly, del cast e della regia ‘cinematografica’ a rendere la musica la vera protagonista, restituendo al pubblico passaggi emotivi intensi in una sovrapposizione magistrale di piani e dimensioni, culminata in un gran finale con effetti a sorpresa di stampo hollywoodiano.

Potrebbe interessarti

logo_footer

Copyright© 2026 Iconic Image – Privacy PolicyCookie Policy