Il dolcevita, alleato delle giornate più fredde, è un capo estremamente versatile che, nel tempo, ha subito una notevole evoluzione stilistica. Possiamo definirlo un vero e proprio capo genderless che non smette mai di reinventarsi e, nella sua semplicità, rimane un caposaldo della moda.
Il dolcevita nella storia: un capo funzionale
Questo indumento nasce, infatti, più per assolvere a specifiche funzioni pratiche che per mero sfizio estetico. Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 i marinai, e con loro tutti gli uomini che svolgevano attività all’aperto, iniziarono a usare questa tipologia di maglia per proteggersi dal vento e dalle temperature rigide. Si trattava di un modello in lana, aderente al corpo per garantire la giusta libertà di movimento.
Nel primo dopoguerra inizia a far capolino negli armadi di uomini e donne civili, ma sempre come indumento da indossare durante le attività all’aperto.
Il dolcevita “moderno”: simbolo identitario
Solo a partire dagli anni ’50 il dolcevita inizia a perdere la sua connotazione funzionale, per diventare un vero e proprio simbolo identitario e culturale. È il capo tipico degli artisti, degli intellettuali e degli attori e, nel cinema come nei college e nelle università, diventa una sorta di uniforme.
Iniziano così a diffondersi i modelli realizzati in tessuti più fini e delicati, ideali da indossare sotto i blazer e i tailleur.
Oggi il dolcevita è declinato in molteplici fantasie, tessuti e tagli; elementi che rendono questo capo adatto a diverse fisicità e contesti.
Il dolcevita, modelli e funzionalità
Essendo un capo che non lascia praticamente nessuna parte su cui poggia scoperta, risulta molto utile per creare degli effetti color blockstrategici. In continuità cromatica con il pantalone o la gonna, di un tono più chiari rispetto al capospalla, genera un effetto allungante. Se si desidera ottenere un effetto snellente, allora il dolcevita e il pantalone saranno più scuri rispetto alla giacca.
I modelli aderenti possono contribuire e dare maggiore struttura alle spalle, al contrario, i colli con una cucitura più ampia e le maniche raglan consentono di indossare la maglia a chi desidera minimizzare un paio di spalle importanti, garantendo una vestibilità più morbida e scivolata.
Bilanciamo i volumi con le forme e i colori
Ricordiamoci che i colori, insieme alle forme, giocano un ruolo importante nel bilanciamento dei volumi; ecco che una maglia di un colore chiaro contribuirà ad attirare l’attenzione sulla zona su cui poggia, rispetto a una di colore scuro che invece sortisce l’effetto contrario.
Così come i colori, anche le fantasie aiutano a creare effetti ottici che donano più o meno volume. Un dolcevita a tinta unita o microfantasie compatte avrà un effetto più snellente rispetto a uno con le trecce o con fantasie grandi e ben distanziate.
Il dolcevita come sottogiacca
Per chi desidera indossarlo come sottogiaccia ma non vuole creare eccessivo volume, consiglio di optare per tessuti di mano leggera e morbida come il cachemire, il modal, misto lana e seta oppure viscosa. Questi modelli sono perfetti anche per creare dei layering più strutturati, tono su tono, a contrasto oppure variando l’intensità cromatica, in cui il dolcevita fa da base a una camicia e a un capospalla.
Se, invece, la stratificazione può servire a dare maggiore struttura al tronco, il cotone o il fresco lana sono il giusto compromesso per un dolcevita da indossare sotto il blazer.
Il collo alto è indubbiamente valorizzante per tutti coloro che possiedono un collo lungo e sottile, ma ciò non significa che possono essere gli unici a indossarlo.
In caso di collo corto, è possibile bilanciare le proporzioni aggiungendo elementi verticalizzanti come collane lunghe, sciarpe portate aperte e gilet che creano una V profonda, magari anche con file di bottoni a contrasto. In alternativa, il collo a cappuccio ampio rappresenta un buon compromesso e la giusta via di mezzo.