Sommario
Diciamocelo chiaramente: siamo tutti diventati un po’ pazzi. E non per i soliti motivi – inflazione, crisi climatica, algoritmi che ci spiano – no, questa volta la follia collettiva ha un nome specifico: Il Diavolo Veste Prada 2.
Ma cosa diavolo (veste Prada, ovviamente) sta succedendo? Perché un sequel annunciato quasi vent’anni dopo il film originale ci fa reagire come se ci avessero promesso la soluzione a tutti i problemi dell’umanità? Prepariamoci a fare un’immersione profonda – ma con i tacchi giusti, ovviamente – nell’ossessione più inspiegabilmente razionale della nostra generazione.
Il fenomeno nostalgia: quando il passato era ceruleo
Prima di tutto, parliamo dell’elefante nella stanza – o meglio, della borsa Birkin nella redazione. Siamo nel pieno di quello che gli esperti chiamano “nostalgia millennials“, quel fenomeno per cui una generazione intera si aggrappa disperatamente agli artefatti culturali della propria giovinezza come se fossero zattere di salvataggio in un mare di incertezza.
Il Diavolo Veste Prada è uscito nel 2006, un’era geologica fa secondo gli standard della cultura pop. Era un tempo in cui gli smartphone non esistevano ancora (o quasi), i social media erano agli albori, e la cosa più stressante della giornata era capire se quella giacca era effettivamente blu o ceruleo. Ricordi quella scena? Quella in cui Miranda demolisce Andy con un monologo sul ceruleo che è diventato più iconico del Discorso della Montagna? Ecco, quella scena ha formato più professionisti della comunicazione di qualsiasi master in marketing.
Per chi all’epoca era adolescente o poco più, il film rappresentava un mondo adulto affascinante e terrificante: uffici eleganti, viaggi a Parigi, vestiti che costavano più dell’affitto, capi tirannici ma incredibilmente competenti. Era aspirazionale e spaventoso allo stesso tempo.
Ora, quasi vent’anni dopo, molti di quegli adolescenti sono diventati adulti che lavorano effettivamente in ambienti corporate– anche se probabilmente meno glamour di Runway – e hanno scoperto, con orrore misto ad ammirazione, che Miranda Priestly aveva ragione su praticamente tutto.
La nostalgia per il film è quindi doppia: nostalgia per la propria giovinezza e nostalgia per un mondo del lavoro che, nel film, sembrava avere ancora un senso. Un mondo dove l’eccellenza veniva riconosciuta (anche se con modalità discutibili), dove la moda contava davvero, dove le decisioni importanti si prendevano guardando le sfilate e non scrollando TikTok. Un mondo, insomma, che probabilmente non è mai davvero esistito ma che ci piace immaginare sia stato reale.
Miranda Priestly: il boss che tutti temiamo (e vogliamo)
Quante volte hai sentito descrivere un capo esigente con “è tipo Miranda Priestly”? Quante volte avete visto meme con la sua faccia e “That’s all“? Quante volte avete segretamente desiderato la sua capacità di annientare qualcuno con uno sguardo?
Miranda ha reso desiderabile l’idea del capo spietato e perfezionista. In un’epoca di “work-life balance” e “toxic workplaces“, la nostra ossessione rivela una verità scomoda: una parte di noi vorrebbe lavorare per qualcuno così. Qualcuno con standard impossibili che, quando li raggiungi, ti fa sentire come se avessi scalato l’Everest in Manolo Blahnik.
La percezione di Miranda è cambiata. Nel 2006 era “la cattiva”. Oggi, con vent’anni di esperienza lavorativa, molti la vedono diversamente. È dura ed esigente, ma competente e visionaria. Il monologo sul ceruleo non è una sfuriata: è una lezione magistrale su come funziona qualsiasi industria.
In un mondo del lavoro mediocre dove la competenza è opzionale e tutti hanno paura di offendere, c’è qualcosa di perversamente attraente in un capo che dice cosa pensa ed esige eccellenza. Il sequel ci ossessiona perché vogliamo vedere Miranda affrontare i social media, l’invecchiamento, la trasformazione digitale. E soprattutto, vogliamo sentirla distruggere qualcuno con un monologo perfetto almeno un’altra volta.
Andy Sachs: vendere l’anima o essere pragmatici?
Andy inizia idealista, con principi solidi. Finisce avendo sacrificato amicizie, una relazione e parte della sua identità per il successo. È crescita o capitolazione? Empowerment o assimilazione? Vent’anni dopo, ancora litighiamo.
L’ossessione per il sequel è alimentata dal voler sapere cosa è successo ad Andy. Ha continuato nel giornalismo? È tornata alla moda? Ha trovato equilibrio tra ambizione e principi? È felice?
Queste domande risuonano con millennials e Gen Z che navigano mercati spietati e aspettative irrealistiche. Andy rappresenta quando scopri che gli ideali giovanili non pagano bollette, che “vendere l’anima” è forse solo pragmatismo, che il cinismo di Miranda era realismo.
Il finale ambiguo ci ha lasciato con domande. Andy rifiuta Miranda ma riceve comunque una referenza eccellente. Torna dal ragazzo, ma è la stessa persona? Vent’anni dopo, molti si sono trovati nelle sue scarpe: scegliere tra carriera e vita personale, tra principi e pragmatismo. Il sequel promette risposte. È terapia travestita da intrattenimento.
La Moda conta ancora (forse)
Il film arrivò quando le riviste cartacee regnavano, Anna Wintour era al culmine – spoiler anche lei ha lasciato nel frattempo – e la Settimana della Moda contava davvero. Oggi l’industria è irriconoscibile: riviste in declino, influencer con più potere dei critici, fast fashion ovunque.
Eppure siamo ossessionati dal tornare in quel mondo. Dove una decisione editoriale aveva importanza, dove una copertina di Runway faceva carriere, dove la moda era… importante.
Nel sequel cosa troveremo? Miranda che affronta influencer sedicenni con più follower di quanti lettori abbia mai avuto Runway? Una rivista che cerca disperatamente rilevanza nell’era digitale?
L’ossessione è nostalgia per quando l’autorità culturale esisteva, quando c’erano gatekeeper, quando l’eccellenza aveva valore. È problematico ed elitario, ma ci manca.
Il lavoro tossico è diventato sexy
Ecco dove le cose diventano inquietanti. Rivedendo il film oggi, è impossibile non notare quanto sia tossico quell’ambiente. Miranda è verbalmente abusiva, le aspettative impossibili, il work-life balance inesistente.
Eppure vogliamo tornare lì. Il film ha reso glamour la tossicità lavorativa, l’ha confezionata in Prada, illuminata magnificamente, con colonna sonora fantastica. Ha trasformato lo sfruttamento in aspirazione.
Pensate a quante startup si vantano della “cultura del lavoro intenso“, a quanti CEO dormono in ufficio, alla “hustle culture” come medaglia d’onore. Il Diavolo Veste Prada non ha inventato questa cultura, ma l’ha resa seducente.
Il sequel arriva dopo la pandemia, dopo il “Great Resignation“, quando teoricamente dovremmo aver superato l’idea di sacrificare tutto per la carriera. Ma siamo onesti: non l’abbiamo superata. Vogliamo essere Miranda, non Andy. Il fatto che questo richieda di diventare persone terribili è un dettaglio che ignoriamo.
Emily merita un film tutto suo
Emily Blunt ha rubato ogni scena. Emily era tutto ciò che Andy non era: devota al lavoro, disposta a qualsiasi sacrificio, letteralmente affamata di successo. Rappresentava la vera credente, quella che aveva fatto di Runway la sua identità.
Vogliamo sapere cosa le è successo. È diventata la nuova Miranda? Ha preso il controllo di Runway? O è finita bruciata? Emily rappresenta chi ha investito tutto in una carriera, chi ha fatto del lavoro l’intera identità. Ci sono teorie che potrebbe essere l’antagonista principale: lo studente che supera il maestro.
Il sequel immaginario è meglio di quello reale
Ecco la verità finale: il sequel nella nostra testa è probabilmente migliore di qualsiasi film reale. Per vent’anni abbiamo immaginato cosa sia successo, costruito narrative, deciso destini.
Nel mio sequel immaginario, Andy è una potente editrice digitale, Emily ha salvato Runway, e Miranda è ancora perfetta e terrificante. Nel tuo è probabilmente diverso. Questa è la bellezza e il terrore dei sequel annunciati: sono qualsiasi cosa vogliamo, finché non diventano reali.
L’ossessione non è solo per il sequel, ma per il suo potenziale. Per tutte le storie che potrebbe raccontare, per tutte le domande a cui potrebbe rispondere. È fanfiction autorizzata con budget enorme.
Naturalmente c’è il rischio della delusione. Nessun sequel può soddisfare aspettative costruite in vent’anni. Ma forse non è questo il punto. Forse il vero sequel sono gli anni passati a discuterne, i meme creati, le lezioni imparate.
That’s all (ma non davvero)
Siamo ossessionati perché è nostalgia per un tempo più semplice. Perché vogliamo vedere Miranda distruggere ancora qualcuno con eleganza. Perché vogliamo sapere se è possibile avere successo senza vendere l’anima. Perché abbiamo bisogno di credere che quello che facciamo abbia ancora importanza.
Ma soprattutto, perché siamo tutti un po’ Andy e un po’ Emily.
Tutti abbiamo fatto compromessi.
Tutti abbiamo avuto un capo che ci ha fatto piangere.
Tutti abbiamo guardato quella giacca ceruleo chiedendoci se dovremmo preoccuparci di più dei dettagli.
Il sequel non è ancora uscito, e forse è meglio così. Finché rimane potenziale, può essere perfetto. E se non sarà all’altezza? Almeno avremo sempre il primo film, il monologo sul ceruleo, e la certezza che Miranda Priestly sta ancora terrorizzando assistenti da qualche parte.
That’s all.
(Ma sappiamo che non è finita. Quando il sequel arriverà, saremo tutti lì, vestiti meglio del solito, pronti a giudicare ogni fotogramma. Perché questo è quello che Il Diavolo Veste Prada ci ha insegnato: preoccuparci dei dettagli, avere standard impossibili, non accettare meno della perfezione. Anche se la nostra vita è più “Andy pre-trasformazione” che “Miranda Priestly”. Ma almeno possiamo sognare, no?)